di Elena Basile*
Ho letto un articolo di un giornalista che ho sempre stimato sulla Stampa e sono rimasta esterrefatta. Nell’articolo si elogia l’Occidente per avere individuato i nemici. In primis Putin chiamato “il nuovo Hitler”. Poi Xi Jinping, dittatore e avversario per antonomasia. Vorrei ricordare che Hitler era un razzista, antisemita, colpevole dell’Olocausto.
Paragoni così azzardati non dovrebbero essere basati su fondamenti storici incontestabili? Putin è un autocrate come Erdogan, Al Sisi, il Saudita? Può essere argomentato e discusso. Non credo che sia possibile accusarlo di avere attuato, o semplicemente progettato, l’Olocausto, l’occupazione di tutta l’Europa, il genocidio. Ha aggredito – è vero – l’Ucraina ma, come affermano gli strateghi militari, ha evitato di radere al suolo le città, cosa che veniva fatta senza scrupoli durante la Seconda guerra mondiale e pure dagli americani a Baghdad.
La mia perplessità è dovuta alla leggerezza di cui dà prova un giornalista stimato e competente su un quotidiano importante. Allo stesso modo è stupefacente il riferimento pieno di disprezzo al presidente di una potenza, la Cina, con cui in un modo o nell’altro l’Occidente deve misurarsi. Il giornalista “scopre” inoltre i doppi standard occidentali come se fosse venuto a conoscenza per la prima volta che l’Arabia Saudita, guidata dal mandante del delitto Khashoggi, è il migliore alleato dell’Occidente in Medio Oriente.
Denuncia quindi la visita della Meloni e della Von der Leyen a Tunisi e l’implicito ricatto a cui l’Europa da tempo soggiace: basti pensare agli accordi sui migranti stipulati con Erdogan e con i libici. Da un lato, non possiamo non concordare: la mancanza di una politica dell’immigrazione in Ue ha prodotto conseguenze nefaste tra cui gli accordi che permettono di trattenere in campi di detenzione migranti economici e richiedenti asilo, privi di ogni tutela dei loro più elementari diritti.
Quel che tuttavia spaventa è che l’autore dell’articolo appare convinto della bontà della politica delle istituzioni europee e internazionali, come il Fmi inteso a persuadere con le buone o con le cattive i Paesi extra-europei a divenire paradisi di democrazia. La Commissione europea è colpevole in quanto non si allinea chiaramente alla “santa strategia” del Fmi, che nega aiuti al dittatore tunisino chiedendo prima rassicurazioni sulle riforme democratiche.
Ancora una volta la tesi di un Occidente buono, paradiso dei diritti umani, che ha come missione la modernizzazione e civilizzazione del mondo intero è riproposta senza alcun pudore. Accade ogni giorno che con sfrontata demagogia la santa missione occidentale venga illustrata da politici e diplomatici sui media del mainstream.
L’ipocrisia di questa impostazione è evidente. Le politiche manichee dei democratici statunitensi, che stanno plasmando l’intero Occidente, basate sull’assunto che la nostra civiltà sia migliore delle altre non possono essere realizzate in quanto la politica è da sempre l’arte del possibile, la ricerca di una mediazione per la stabilità delle regioni. Le visioni del mondo relative agli imperi “del bene e del male” erano un tempo oggetto della pungente ironia dell’intellighenzia europea. Gli intellettuali oggi sono persi. Il nostro giornalista che potrebbe riconoscersi tra gli uomini colti dell’Europa balbetta un catechismo privo di ogni prospettiva storica.
Siamo in un mondo multipolare con forme di governance differenti. L’Occidente in secoli di storia è passato dalle guerre di religione alla democrazia liberale. Gli altri Paesi hanno avuto storie differenti. La strategia basata sulla presunta superiorità occidentale e sul multilateralismo composto da istituzioni che hanno perso la loro credibilità, rivelandosi strumenti del “Washington consensus” e dei nostri interessi (direi sporchini, non santi), irrigidisce le nostre posizioni e può portare allo scontro militare.